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Recensione di: Paradiso amaro

Se i Golden Globe sono le anticipazioni più attendibili degli Oscar, possiamo dire che George Clooney, avendo vinto il premio come Miglior Attore in un Film Drammatico, ha già la prestigiosa statuetta in tasca. Dovrà vedersela con dei degni avversari come Jean Dujardin, Gary Oldman, Brad Pitt e Demián Bichir, ma non senza la certezza che il suo personaggio in Paradiso amaro (The Descendants), abbia tutte le caratteristiche per assicurarsi un posto negli annali degli Academy Awards. Alexander Payne è un regista che con i suoi precedenti lavori, come A proposito di Schmidt e Sideways, ha apposto alla sua poetica cinematografica un vero e proprio touch, fatto di un’onesta e calibrata comicità, che fa sorridere lo spettatore non tanto per la brillantezza delle battute (comunque ben scritte e deliziosamente sobrie!), quanto per la portata dei personaggi che descrive: tutti circondati da una, non sempre velata, malinconia, ma pur sempre arricchiti da un umorismo delle volte politicamente scorrettissimo, delle volte ingenuamente inconsapevole.  Payne è solo al suo quinto lungometraggio e già sembra aver trovato un’identità ben definita e una collocazione cinematografica, supportata dall’aver vinto l’Oscar  e il Golden Globe nel 2005 per la sceneggiatura di Sideways – In viaggio con Jack. Se nei sopracitati due titoli, il tema del viaggio era il perno sul quale ruotavano i personaggi, in Paradiso Amaro Clooney è saldamente ancorato al luogo in cui vive, fonte di orgoglio per quel senso d’appartenenza sempre più raro o dato per scontato. Matt King è un benestante avvocato che vive con la sua famiglia alle Hawaii, sua terra natia poiché discendente da una famiglia insediatasi nell’arcipelago da più di cento anni. Alle prese con un’importante trattativa per la vendita delle terre in suo possesso, Matt è ormai un padre e marito assente. Nel momento in cui la sua vita viene stravolta da una tragedia familiare, egli dovrà occuparsi di parecchie faccende in sospeso e delle quali neanche sospettava l’esistenza. In un crescendo di pathos ed umorismo tagliente, Payne delinea un ritratto, riconoscibile e veritiero, dell’uomo che di fronte alla tragicità degli eventi che lo investono, acquista finalmente quella consapevolezza del sé, e del sé in relazione agli altri che fino a quel momento era ricoperto da una coltre spessa di cecità involontaria.

Serena Guidoni

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