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L’uomo con i pugni di ferro – Recensione

Nel 2010 durante il Festival di Venezia molti rimasero colpiti leggendo i titoli di coda di “Promises written in water” dove Vincent Gallo appariva come protagonista, sceneggiatore, regista, produttore, montatore, scenografo e creatore della colonna sonora.

2013. RZA segue le sue orme e per il suo debutto alla regia con “L’uomo coi pugni di ferro” lo vediamo vestire i panni d’interprete (nel ruolo di Blacksmith), di regista, sceneggiatore accanto ad Eli Roth, co-produttore e compositore della soundtrack.

La storia, ambientata in una Cina antica, racconta la storia di un fabbro americano Blacksmith, appunto RZA, costretto dalle varie fazioni locali a creare delle elaborate armi da combattimento. Quando la guerra tra le varie famiglie entra nel clou, Blacksmith si trasformerà in un’arma umana e,  a fianco d’importanti eroi, dovrà diventare la salvezza per il popolo.

“L’uomo coi pugni di ferro” nasce come omaggio ad un certo tipo di cinema: quello che fonde il B-Movie con lo semi-splatter, il wuxiapian e il gangster movie, strizzando l’occhio al cinema di Quentin Tarantino in modo evidente e, abbastanza, plateale.

Ovviamente siamo lontanissimi dalla classe e dalla maestria tarantiniana, ma questo film nella sua semplicità piace e diverte ed è quello che, in fin dei conti, si propone di fare.
Non ci sono grandi tematiche da sviluppare, la sceneggiatura è esile, ma il modo in cui le scene vengono orchestrate fondendole con della musica hip hop e black, sono sicuramente dei motivi per cui il film possa rientrare nei piccoli cult cinefili, più che nel mainstream delle grandi produzioni.

RZA vuole omaggiare quello che per lui è stato un cinema importante e che lo ha segnato negli anni e lo vuole riproporre al proprio pubblico utilizzando le tecniche digitali contemporanee, ma senza dimenticare, ad esempio, i canoni che regolano il wuxiapian e quindi i combattimenti coreografati.

Il clima che percorre l’intera pellicola è quello dell’autoironia e del divertimento, riempiendo le scene di sangue, ma senza che queste disturbino realmente lo spettatore che ha deciso di stare al gioco in questa irreale battaglia tra clan, dove alla mente tornerà il Kill Bill di Quentin Tarantino.

Il regista è evidentemente deciso ad intrattenere senza fronzoli il proprio pubblico e lo fa attraverso l’impatto visivo che la pellicola ottiene grazie alle, appunto, coreografie e CGI.
Non c’è dubbio che, come detto, ci sono problemi evidenti di sceneggiatura: la vendetta come pretesto narrativo classico e nodi importanti sciolti troppo velocemente. Eppure a controbilanciare il tutto ci sono il cast capace di una sorprendente autoironia (Russell Crowe in primis) e una regia lucida, ricca di vita e di voglia di esplodere nei colori e nei combattimenti sempre gestiti con estrema intelligenza.

Un film fatto per divertire e che riesce a distrarre per 90 minuti, portandoci in una Cina feudale dove verremo catturati più con gli occhi che con il cuore.

Sara Prian

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