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Recensione di: 13 Assassini

Siamo nel Giappone feudale, anno 1844. Naritsugu, il giovane fratello dello shogun, approfitta della propria intoccabilità per commettere stupri e massacri. Esasperato da tanta crudeltà, l’alto ufficiale Doi incarica il samurai Shinzaemon Shimada di uccidere il tiranno. Viene presto formato un piccolo esercito, atteso da scontri ed insidie. Takashi Miike si confronta con la tradizione del “jidaijeki” e lo fa con rigoroso rispetto ma, come era lecito aspettarsi, a modo suo: coerente con le regole del genere, mai in ginocchio. Lo dimostra innanzitutto la struttura della pellicola, frutto di una libertà espressiva che consente di contaminare i classici senza sporcare la solenne purezza della rappresentazione. Nella prima parte dominano tempi sapientemente dilatati, una lentezza espositiva che non diventa sinonimo di pesantezza ed è illuminata da intensi lampi registici  e suggestive soluzioni visive. Non un compiacimento nella violenza, anche nell’illustrazione dell’orrore, con un uso funzionale del fuori-campo a tagliare via qualsiasi dettaglio gratuito. In questa fase le poche scene di combattimento scandiscono le vicende senza esserne il centro. Nella seconda parte invece il ritmo, più che cambiare marcia, viene fatto letteralmente esplodere. E’ una resa dei conti lunghissima ed estenuante, una vorticosa danza di battaglia in cui l’intenzione dei personaggi si traduce in azione ininterrotta. Oltre mezz’ora di sangue, invenzioni pirotecniche, vigorosa energia dinamica nella scelta delle inquadrature. E Miike dà libero sfogo a quello spirito critico, venato di sottile ironia, che fino a quel momento è stato soprattutto suggerito. In questo senso il fatto che la storia si svolga nell’epoca del tramonto dei samurai è assieme romantico e profondamente significativo. Valori come giustizia, lealtà, fedeltà oltre la propria vita nei confronti del potere, sono visti come accettabili a livello di scelta individuale mentre dal punto di vista collettivo (e quasi “religioso” potremmo dire, quando si parla di Giappone) il film sancisce in modo inequivocabile la ormai acquisita relatività di quella forma di pensiero. Alla fine il trionfo apparterrà ad un unico valore, la libertà, di scegliere la strada della sottomissione come di rifiutarla. Persino il malvagio principe, sia pure nella sua follia perversa, rappresenta un libero arbitrio che va oltre un interpretazione codificata della realtà. Come nel western in occidente, siamo di fronte ad un mondo destinato a morire, ma gli viene concesso di morire con onore. Una lezione di cinema, anche negli eccessi e nelle ingenuità calcolate.

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